La biblioteca dell’ Abbazia
"Il nome della rosa", Umberto Eco, 1980

La biblioteca dell’ Abbazia

"Il nome della rosa", Umberto Eco, 1980

La biblioteca labirinto

Tratto da “Il nome della rosa” _ Umberto Eco 1980

L’addentrarsi fra le sale della biblioteca diventa un’esperienza sensoriale e spirituale angosciante per Adso. Esalazioni di un’incenso allucinogeno che innescano nella sua mente visioni di draghi, giganti, donne e arti che somigliano a quelli squamati delle rane. Immagini dettate dalla paure, dall’inconscio e dalle passioni dell’animo umano. Esperienze che si mescolano nell’incedere nell’ architettura criptica e labirintica della biblioteca. 

(…) La sala, dissi, aveva sette pareti, ma solo su quattro di esse si apriva, tra le due colonnine incassate nel muro, un varco, un passaggio abbastanza ampio sormontato da un arco a tutto sesto. Lungo le pareti chiuse si addossavano enormi armadi, carichi di libri disposti con regolarità.(…) Passammo per uno dei varchi. Ci trovammo in un’altra stanza, dove si apriva una finestra, che in luogo dei vetri portava lastre di alabastro, con due pareti piene e un varco.(…) Accedemmo alla terza stanza. Vi erano tre porte, una da cui eravamo entrati, l’altra che dava sulla stanza eptagonale già visitata, una terza che ci immise in una nuova stanza(…) Non so bene spiegare cosa avvenne, ma come abbandonammo il torrione, l’ordine delle stanze si fece più confuso. Alcune avevano due, altre tre porte. Tutte avevano una finestra. Ciascuna aveva sempre lo stesso tipo di armadi e di tavoli, i volumi in bell’ordine ammassati sembravano tutti uguali e non ci aiutavano certo a riconoscere il luogo con un colpo d’occhio.(…) Protendendo il lume in avanti mi spinsi nelle stanze seguenti. Un gigante di proporzioni minacciose, dal corpo ondulato e fluttuante come quello di un fantasma, mi venne incontro. “Un diavolo!” gridai e poco mancò che mi cadesse il lume, mentre mi voltavo di colpo e mi rifuggiavo fra le braccia di Guglielmo che scoppiò a ridere.”Veramente ingegnoso, uno specchio!” (…) Ritornammo nella stanza dello specchio e piegammo verso la terza porta della quale ci pareva di non essere ancora passati. Vedemmo davanti a noi una fuga di tre o quattro stanze e verso l’ultima intravedemmo un chiarore. “C’è qualcuno” “Forse è solo una lampada” disse Guglielmo. Tu stai qui io vado avanti con cautela.” “No vado io, voi restate qui. Procederò cauto, sono più piccolo e più leggero. Appena mi renderò conto che non c’è pericolo vi chiamerò” (…) Arrivai alla soglia della stanza da cui proveniva il chiarore, strisciando contro il muro a ridosso della colonna. Non c’era nessuno. Una specie di lampana era poggiata sul tavolo, accesa, e fumigava stentata. Sul tavolo accanto al turibolo, giaceva aperto un libro dai colori vivaci. Vi campiva una bestia, orribile a vedersi, un gran dragone con dieci teste che con la coda si traeva dietro le stelle del cielo e le faceva precipitare sulla terra. E improvvisamente vidi che il dragone si moltiplicava, e le squame sulla sua pelle diventarono come una selva di scaglie rutilanti che si staccarono dal foglio e vennero a rotarmi intorno al capo. Mi arrovesciai indietro e vidi il soffitto della stanza che si inclinava e scendeva sopra di me, poi udii come un sibilo di mille serpenti, ma non spaventoso, quasi seducente, e apparve una donna circonfusa di luce che avvicinò il suo volto sul mio alitandomi sul viso. Non mi rendevo più conto di dove fossi, e dove fosse la terra e fosse il cielo. Mi coprii il volto con le mani e le mie mani mi parvero gli arti di un rospo, viscide e palmate. Gridai e sentii un sapore acidulo in bocca, poi sprofondai in un buio infinito, che sembrava si aprisse sempre di più sotto di me e non seppi più nulla.(…)

federicagervasi:

INFOGRAPHICS: 10 MODI DI “VISUALIZZARE” INCEPTION

(Source: federicagervasi-socledumonde, via piccicri)

Tags: cinema

Padiglione britannico _ Shanghai Expo 2010 

"Il nostro compito è di far spiccare il padiglione inglese. Abbiamo deciso di raggiungere tale obiettivo realizzando un oggetto straordinario, non riconoscibile nei termini convenzionali, collocato in uno spazio aperto. I visitatori potranno esplorare entrambi a modo loro. Piuttosto che realizzare una chiara immagine pubblicitaria per il Regno Unito, desideriamo per il nostro padiglione riuscire a trasmettere una più profonda comprensione della ricchezza della cultura contemporanea britannica."

— Thomas Heatherwick _ Architetto per il Padiglione britannico dell’Expo 2010

Padiglione Britannico_ Expo Shanghai 2010

Architetto: Thomas Heatherwick, Heatherwick Studio

Disegnato dall’architetto britannico si presenta come una struttura di sei piani interamente rivestita da 60mila fili acrilici trasparenti lunghi 7,5 metri che si muoveranno insieme al vento.
Durante il giorno i 60mila filamenti fungono da fibre ottiche, incanalando la luce naturale verso l’interno. Durante la notte la luce artificiale degli spazi interni, condotta all’esterno sino all’estremità di ogni filo, fa brillare l’intera struttura.
Quest’ultima sorge su una piattaforma che si estende sul suolo assumendo l’originale forma di una carta aperta che sembra aver precedentemente avvolto il padiglione. La sua particolare forma quasi a “riccio” la rende unica nel suo genere poichè da una forma quasi impenetrabile e aggressiva, si dimostra invece un’architettura eccezionalmente penetrabile. Non solo per il fatto che i filamenti convogliano la luce all’interno durante il giorno, e la trasmettono all’esterno di notte, ma perchè mostra al pubblico in maniera chiara e diretta il contenuto della sua esposizione. Alle estremità interne dei filamenti infatti sono incastonati piccoli frammenti di oggetti tipici della cultura Britannica.

Un esempio di “interno assoluto” che ho voluto scegliere proprio x la sua natura di “contenitore permeabile”, una sorta di scrigno prezioso che,nonostante le apparenze, trasmette la propria essenza al pubblico.

"Hai visto che tramonto Truman? E’ perfetto. Merito del grande capo, lui ha un pennello fantastico."

— dal film, The Truman Show, Peter Weir, 1998

dal film The Truman Show, Peter Weir, 1998
Scena in cui scopre la fine del mondo creato per il suo show. Il cielo che vedeva ogni giorno non era altro che un enorme schermo che simulava gli effetti visivi del mutare del cielo. Oltre una vasta distesa di mare(in realtà un’enorme piscina), si scorge una scala con una porta mimetizzata per uscire dallo studio cinematografico.

dal film The Truman Show, Peter Weir, 1998

Scena in cui scopre la fine del mondo creato per il suo show. Il cielo che vedeva ogni giorno non era altro che un enorme schermo che simulava gli effetti visivi del mutare del cielo. Oltre una vasta distesa di mare(in realtà un’enorme piscina), si scorge una scala con una porta mimetizzata per uscire dallo studio cinematografico.

Tags: c cinema

 
dal film The Truman Show, Peter Weir, 1998
Per chi non si ricordasse il film, o non lo avesse mai visto, è una storia che parla di un uomo, Truman Burbank, che fin dalla nascita vive all’insaputa all’interno di un’enorme set cinematografico per uno spettacolo televisivo dedicato alla sua vita. Tutte le persone che incontra e si relaziona sono attori della produzione, persino i suoi genitori ed il suo migliore amico. La vicenda si evolverà con la piena coscienza da parte di Truman di essere intrappolato in un mondo non reale, plasmatogli attorno dal suo “padre televisivo”, ovvero il regista dello show.
Mi è sembrato un film interessante per quanto riguarda l’analisi di un interno assoluto per come lo interpreto, ovvero un mondo, o meglio una città costruita su misura del protagonista. Un’ intero microcosmo che si muove e si racconta a seconda delle azioni di una singola persona, in questo caso Truman. Case, negozi, uffici, giardini che da esterni diventano il set vero e proprio di una vita di inganni, mostrandosi alla fine per quello che invece rappresentava, e cioè un Interno. Forse assoluto, inteso nell’assolutezza di una progettazione per un’unica e precisa persona.

dal film The Truman Show, Peter Weir, 1998

Per chi non si ricordasse il film, o non lo avesse mai visto, è una storia che parla di un uomo, Truman Burbank, che fin dalla nascita vive all’insaputa all’interno di un’enorme set cinematografico per uno spettacolo televisivo dedicato alla sua vita. Tutte le persone che incontra e si relaziona sono attori della produzione, persino i suoi genitori ed il suo migliore amico. La vicenda si evolverà con la piena coscienza da parte di Truman di essere intrappolato in un mondo non reale, plasmatogli attorno dal suo “padre televisivo”, ovvero il regista dello show.

Mi è sembrato un film interessante per quanto riguarda l’analisi di un interno assoluto per come lo interpreto, ovvero un mondo, o meglio una città costruita su misura del protagonista. Un’ intero microcosmo che si muove e si racconta a seconda delle azioni di una singola persona, in questo caso Truman. Case, negozi, uffici, giardini che da esterni diventano il set vero e proprio di una vita di inganni, mostrandosi alla fine per quello che invece rappresentava, e cioè un Interno. Forse assoluto, inteso nell’assolutezza di una progettazione per un’unica e precisa persona.

Tags: cinema

Casa Miller, Carlo Mollino, 1938
Esempio di un interno che ricalca lo stile e la personalità (e anche il vizio, la casa era una garconnier) di Carlo Mollino. Il lampadario puo’ correre per tutto il soffitto della casa, disegnando una curva sinuosa quasi fosse una traccia di uno sci in discesa. Non è un segreto infatti la sua passione per lo sci, la tecnologia, le corse e l’aviazione. Tutto all’interno porta ad un movimento perpetuo dettato dalla instabilità. Le tende, i mobili e gli oggetti che la animano sono testimonianza di uno stato d’animo ed un modo d’essere tutto particolare, e soprattutto personale. Non solo, ma le varie statue che si susseguono sono quasi fonte di rimando della psiche e dell’inconscio inquieto di questo personaggio, come la testa si cavallo senza corpo, o il busto femminile senza testa.

Casa Miller, Carlo Mollino, 1938

Esempio di un interno che ricalca lo stile e la personalità (e anche il vizio, la casa era una garconnier) di Carlo Mollino. Il lampadario puo’ correre per tutto il soffitto della casa, disegnando una curva sinuosa quasi fosse una traccia di uno sci in discesa. Non è un segreto infatti la sua passione per lo sci, la tecnologia, le corse e l’aviazione. Tutto all’interno porta ad un movimento perpetuo dettato dalla instabilità. Le tende, i mobili e gli oggetti che la animano sono testimonianza di uno stato d’animo ed un modo d’essere tutto particolare, e soprattutto personale. Non solo, ma le varie statue che si susseguono sono quasi fonte di rimando della psiche e dell’inconscio inquieto di questo personaggio, come la testa si cavallo senza corpo, o il busto femminile senza testa.